STORIA

"Ho preso a manciate tutto quanto la vita potesse offrire ad un uomo"

Ambrogio Fogar nasce a Milano il 13 Agosto 1941, è il secondo di quattro fratelli; il padre fa l’assicuratore, la madre l’insegnante. Sarebbe destinato ad avere una vita normale, ma la normalità a lui non piace.
Si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, nutrendo un particolare interesse per la politica internazionale e la sociologia, ma dopo il quarto anno decide di non terminare gli studi: altre erano le emozioni che lo chiamavano, altri erano gli obiettivi che lo tormentavano.

Affascinato dal confronto uomo-natura, e con una vocazione particolare per ogni tipo di avventura, a soli 18 anni attraversa le Alpi con gli sci per ben due volte, partecipa al Vasaloppet e alla Marcialonga, (gare di sci di fondo, rispettivamente, di 90km e 70km) senza allenamento. E’ anche appassionato scalatore.

Fino ai 21 anni è stato paracadutista sportivo e quando un serio incidente durante il suo 56° lancio interrompe la sua attività, decide di prendere il brevetto di pilota per piccoli aerei acrobatici, praticando il volo fino a 25 anni. Per non rischiare di restare inscatolato ed etichettato in un mestiere, inventa mille lavori: comparsa alla Scala, venditore d’auto, scrittore di bollette alle corse equestri.
Dopo il cielo, il mare. Un amore, quello per il mare, latente fin da bambino, in cui Ambrogio trova il suo più grande interlocutore.

Il 6 Gennaio 1978 il Surprise salpa da Mar del Plata e intraprende la sua navigazione verso l’Antartide con l'amico Mauro Mancini.
Dopo appena pochi giorni, precisamente dal 18 Gennaio 1978, quando i due viaggiatori si trovavano al largo delle isole Falkland, non arrivano più segnali radio alla capitaneria di porto.
Un'orca o forse una balena aveva urtato la loro barca.

Una volta slegata la famosa zattera, Ambrogio riesce a recuperare una confezione di pancetta da 1Kg, 1Kg di zucchero e una piccola tanica d’acqua. Basteranno per la sopravvivenza?
I due naufraghi restano a bordo della zattera per settantaquattro giorni, settantaquattro giorni difficili, al limite del reale; quando ormai le speranze sono ridotte al minimo, Ambrogio e Mauro vengono ritrovati da una nave greca. Mancini svenuto ormai da due giorni, non risponde quasi più. Ma a fatalità si aggiunge fatalità e a bordo della nave gli viene somministrata la penicillina, a cui lui era allergico, subendo lo shock anafilattico. Mauro muore.
Anche in questa impresa di Fogar finisce in un mare di polemiche, accusato di cinismo per la messa in vendita del dolore.
Per riprendersi dalla dura esperienza del naufragio, e da tutte le polemiche che ne sono conseguite, Fogar impiega più di un anno; un anno che gli serve per riflettere ma anche per sognare un nuovo viaggio.

Dopo il cielo, dopo il mare, un nuovo elemento: il ghiaccio.
Abbandona l’acqua per un luogo remoto, bianco e glaciale: il Polo Nord.10
Si prepara per il nuovo viaggio trascorrendo due mesi intensi ed impegnativi in Alaska dove impara a guidare i cani da slitta, successivamente si trasferisce nella zona dell’Himalaya, della Groenlandia e arriva a farsi calare in un crepaccio sull’Adamello per una settimana, osservando le reazioni del suo corpo a determinate temperature e seguendo un particolare tipo di alimentazione, esclusivamente liofilizzata; studia le abitudini degli eschimesi, il loro modo di vivere, di nutrirsi. Conosce Armaduk, un cane di razza husky, e lo sceglie come suo compagno di viaggio.

Nel 1983 pubblica un nuovo libro “Sulle tracce di Marco Polo”.
Fininvest gli offre la possibilità di condurre un programma televisivo sugli sport estremi; accetta, nasce Jonathan-dimensione avventura.
L’obiettivo del programma era raccontare oltre ai confini, portare nelle case delle persone immagini, storie e culture da ogni angolo del mondo affascinando, intrattenendo e ampliando i margini della conoscenza.
grazie alle sue doti di comunicatore: infatti Fogar aveva il dono di conquistare, conquistare i cuori delle persone raccontando, facendosi conoscere e trasmettendo l’intensità, spesso romantica, delle emozioni da lui provate nei suoi viaggi.
Tramite il suo entusiasmo Ambrogio trascinava e catturava, l'avventura dei grandi diventa l'emozione di tutti.

L’ultima avventura per non dimenticare

Jonathan dura 7 anni, anni in cui Fogar non smette di mettersi gioco.
Arriva ad attrarre la sua curiosità e i suoi istinti un nuovo, ultimo, e ancora mancante, elemento: il deserto.
Si lascia catturare dalla sua bellezza e dal suo acre vento partecipando a tre raid Parigi-Dakar e a tre Rally dei Faraoni.

Nel 1992, una sfida ancora più grande e pericolosa: il rally Parigi-Mosca-Pechino. Il 12 Settembre di quell’anno, è il giorno in cui il destino regola i conti con Ambrogio, in cui la vita dell’esploratore cambia irrimediabilmente in maniera sconvolgente e definitiva. E’ all’ottava tappa del raid, nel deserto del Turkmenistan, Ambrogio fa da navigatore, al volante l’esperto Giacomo Vismara; quando ormai le ossa sono fiaccate dai duri colpi che la macchina infligge, il Range Rover sul quale viaggiano urta una grossa pietra nascosta sotto la sabbia, e il ribaltamento è inevitabile.

Vismara, uscito senza un graffio, urla a Fogar di slacciarsi la cintura, nel timore che la jeep prenda fuoco; ma il navigatore, apparentemente indenne, non è cosciente e Vismara si adopera per liberarlo.
La fortuna ha voluto che l’elicottero dell’organizzazione non fosse lontano e un medico è riuscito a intubare Fogar, facendogli superare un arresto cardiaco. Fogar si ritrova con la seconda vertebra cervicale spezzata e il midollo spinale tranciato. E’ la condanna all’immobilità assoluta, con l’impossibilità della respirazione autonoma.
Il risveglio all’ospedale San Raffaele di Milano non è così traumatico: non ancora a conoscenza della sua condizione, Ambrogio pensa di “avercela fatta” ancora una volta, e che con un po’ di convalescenza sarebbe tornato di nuovo in pista. Le convinzioni del temerario e spavaldo sognatore vengono stroncate in maniera fulminante dalla diagnosi: paraplegia dal collo in giù.

Dopo il buio, di nuovo la luce.
Immobilizzato in un corpo che non è più il suo, comincia a reagire, facendo una nuova scoperta: la vera forza, quella interiore, e quella inesauribile del desiderio alla vita.

"Una cosa è certa: nonostante le mie funzioni non siano più quelle di una volta, sono fiero di poter dire che sono ancora un uomo"

La speranza diventa nuova protagonista di questa vita, la speranza di riuscire un giorno a rialzarsi in piedi, di sentire il vento del mare accarezzargli il viso,

“Io resisto perché spero un giorno di riprendere a camminare, di alzarmi da questo letto con le mie gambe e di guardare il cielo”.
Fogar non molla, nemmeno questa volta. Stringe i denti in una quotidianità, lenta, molto lenta, e spesso incredibilmente dura.
Diventa l’emblema di coloro costretti a vivere in una condizione simile alla sua, ma anche fonte di ammirazione per tutti gli altri, che ammirano la sua voglia, non senza una fatica esorbitante in ogni sua piccola forma, di costruirsi una nuova, diversa, vita e realizzare una straordinaria rinascita, vincendo un’altra estrema sfida.

Ambrogio tornerà su una barca a vela nell’estate 1997 e lo farà nonostante il suo handicap.
L’operazione prende il nome di “Progetto Speranza”.
Come è ovvio che sia, non ha la stessa risonanza del giro del mondo, o della sfida con l’Horn, ma l’impresa ha dell’eroico.
Durante la circumnavigazione dell’Italia, in tutti i porti in cui Fogar, con la sua equipe di amici, assistenti e colleghi, trova riposo, viene accolto calorosamente e in ogni porto è l’ospite per eccellenza alla conferenza sulla sensibilizzazione dei malati tetraplegici. Lui stesso, malato tetraplegico, è questa la figura che passa di sé: di un uomo stremato dalle disabilità fisiche, ma alle quali, ostinato e forte, non cede.

Ambrogio Fogar scompare il 24 Agosto 2005, a 64 anni, 13 dei quali paralizzato, a causa di un arresto cardiaco.
A settembre dello stesso anno sarebbe dovuto partire per la Cina, disposto a fare da cavia per esperimenti con le cellule staminali del neurochirurgo Huang Hongyun, che cerca di “riparare” la vita di chi non può più muoversi.
“Alla scienza non posso chiedere di stringere i tempi, posso soltanto dare la disponibilità ad usare il mio corpo per un tentativo che mi aiuta a sperare. Da troppi anni vivo tutto il male della morte nella perfetta coscienza della vita”.

Ma per lui, un altro Viaggio ha avuto inizio.

“Fuori è buio e ci sono le stelle. Una porta il suo nome: Ambrofogar Minor Planet 25301. Gliela hanno dedicata gli astronomi che l’hanno scoperta. È piccola, ma aiuta a sperare e sognare ancora un po’.”